Mentre la popolazione esplode nei Paesi più poveri, i fondi stanziati per l’aiuto allo sviluppo diminuiscono. La cooperazione italiana destina un quarto delle risorse alla gestione dell’accoglienza e il Piano Mattei rischia di favorire soprattutto gli investimenti e la sicurezza delle imprese italiane in Africa. Non conosce crisi, invece, l’invio delle rimesse all’estero, nonostante cresca la quota di risparmi che resta in Italia
Prima anticipazione del Dossier Statistico Immigrazione 2026. Presentazione il 27
AgenPress. L’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) diminuisce a livello globale, proprio quando le disuguaglianze aumentano rapidamente insieme alla popolazione nei Paesi più poveri. Intanto la cooperazione internazionale sta cambiando pelle e rischia sempre più di diventare uno strumento improprio di controllo delle partenze, oltre che di sostegno agli investimenti e di riduzione dei rischi delle imprese dei Paesi donatori.
Lo evidenziano i dati raccolti nel Dossier Statistico Immigrazione 2026 realizzato dal Centro Studi e Ricerche IDOS (in collaborazione con il Centro studi Confronti e l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”), che sarà presentato il 27 ottobre al Teatro Nuovo Orione di Roma e, in contemporanea, in tutte le regioni italiane, con approfondimenti locali.
Una cooperazione che cambia scopo
La popolazione mondiale potrebbe superare i 9,7 miliardi entro il 2050, ma l’aumento non è omogeneo tra Nord e Sud del mondo. Mentre l’Europa perde rapidamente abitanti (-4,4%), sono i Paesi con Isu più basso – l’indice di sviluppo umano, che misura il benessere non solo in base a criteri economici – a crescere di più (+65,9%). Il continente africano, ad esempio, potrebbe raggiungere i 2,5 miliardi di abitanti entro il 2050, producendo appena il 5,5% del Pil globale a parità di potere di acquisto. È su questo scenario che dovrebbe intervenire la cooperazione internazionale, contribuendo a riequilibrare le diseguaglianze e le vulnerabilità che affliggono in maniera crescente i Paesi del Sud del mondo. Un obiettivo, evidenzia il Dossier, sempre più urgente e che non può tradursi in una mera strategia per contrastare l’emigrazione da quei Paesi: la sua efficacia non può essere cioè valutata sulla capacità di “trattenere le persone”, anche perché i dati smentiscono l’equazione secondo cui più sviluppo significherebbe automaticamente meno emigrazione. Bisogna anzi accettare che, almeno nelle prime fasi, un corretto aiuto allo sviluppo possa addirittura favorire la mobilità: il miglioramento delle condizioni di vita accresce le risorse disponibili e apre nuove prospettive, alimentando anche l’aspirazione a partire. Invece, proprio mentre guerre, povertà e crisi climatiche accrescono i bisogni, la cooperazione si contrae e, non raramente, viene piegata al contenimento delle migrazioni, come mostra l’intesa dell’Ue con la Tunisia di Kais Saied, che affianca aiuti economici a finanziamenti per il controllo delle frontiere. Dopo il picco di 223,9 miliardi di dollari nel 2023, l’Aps dei Paesi Dac (gli Stati membri del Comitato per l’aiuto allo sviluppo dell’Ocse) è diminuito negli ultimi due anni di quasi il 28% in termini reali, scendendo a 174,3 miliardi. Con 7,3 miliardi di dollari, anche l’Italia resta lontana dall’obiettivo internazionale dello 0,7% del reddito nazionale lordo, fermandosi allo 0,3% nel 2025. Ad aggravare il quadro si aggiunge la constatazione che una quota rilevante dell’Aps italiano non raggiunge i Paesi partner destinatari degli aiuti, ma resta sul territorio nazionale. Nel 2024 il 26,7% delle risorse sono state destinate all’accoglienza dei rifugiati in Italia, dato più che doppio rispetto alla media dei Paesi Dac.
Un Piano Mattei molto italiano
È in questo contesto che va analizzato il Piano Mattei per l’Africa, che ha assunto un peso notevole nella cooperazione italiana, coinvolgendo oggi 18 Paesi africani e 76 progetti principali. Il rischio è che con il Piano, spiega il Dossier, cresca soprattutto “il peso della finanza mista, che utilizza risorse e garanzie pubbliche per ridurre il rischio degli investimenti privati”. Il tema non è stabilire se una cooperazione, sulla carta paritaria, sia positiva o negativa, né negare l’importanza degli investimenti – come la conversione di circa 269 milioni di euro di crediti bilaterali in progetti di sviluppo – ma capire quale funzione debba avere la cooperazione allo sviluppo e quali interessi vadano privilegiati. Nel Piano Mattei, ricostruisce il Dossier, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze, la tutela dei diritti umani e lo sviluppo sostenibile si affiancano a obiettivi come la sicurezza energetica, l’internazionalizzazione delle imprese, l’accesso alle materie prime e la prevenzione dell’immigrazione irregolare. Resta da capire quali obiettivi prevalgano: i governi africani sono coinvolti, ma società civile e comunità locali hanno ancora poco spazio nella scelta e nella valutazione degli interventi. Il rischio è che gli interessi italiani pesino più dei bisogni locali.
Aiutarsi… da soli
Se la cooperazione internazionale fatica a mantenere le proprie promesse, il vero aiuto allo sviluppo che continua a funzionare è quello informale: le rimesse che i migranti inviano nei Paesi di origine. Oggi queste, pur non sostituendo gli Aps, sono una parte strutturale della migrazione, con un volume complessivo di trasferimenti che è arrivato a 879 miliardi a livello mondiale lo scorso anno e che toccherà i 1.100 miliardi nel 2030. Il Dossier fornisce un andamento decennale delle rimesse dall’Italia: gli oltre 8,6 miliardi di euro inviati nel 2025 sono quasi il 70% in più rispetto al 2016. Nello stesso anno, l’Aiuto pubblico allo sviluppo italiano ha raggiunto quasi 7,3 miliardi di dollari, pari a circa 6,5 miliardi di euro: le rimesse lo hanno superato dunque di oltre 2,1 miliardi di euro.
Quello delle rimesse, oltretutto, è un fenomeno anticiclico, cioè costante e praticamente immune a condizionamenti esterni; ma il loro impiego sta cambiando almeno per due importanti aspetti: il primo è che oggi solo il 22% dei risparmi accumulati in Italia vengono inviati “a casa”, contro il 47% del 2017, a indicare che gli immigrati reinvestono le proprie risorse soprattutto nel Paese in cui vivono. Il secondo è che una quota sempre più alta delle rimesse viene finalizzata a investimenti veri e propri nel Paese di origine, piuttosto che a coprire necessità immediate. Come a dire: “a casa loro” già si aiutano essi stessi.
