Velo e integrazione. Indagine esclusiva CO-MAI: “Oltre 2,3 milioni di musulmani in Italia. Niqab e burqa sono fenomeni residuali: circa 23-25 donne adulte”

- Advertisement -
- Advertisement -

AODI: «SIAMO PER IL VOLTO SCOPERTO, MA PARTIAMO DA FATTI E NUMERI REALI, NON DA GENERALIZZAZIONI. HIJAB, NIQAB E BURQA SONO REALTÀ DIVERSE: NO ALLE IMPOSIZIONI, SÌ A SICUREZZA, LIBERTÀ DELLE DONNE E INTEGRAZIONE»


AgenPress. Il dibattito sul velo torna al centro dell’attenzione. Una questione che richiede, secondo la CO-MAI – Comunità del Mondo Arabo in Italia, di distinguere con chiarezza tra hijab, che copre capelli e collo lasciando il viso scoperto, niqab, che copre il volto lasciando generalmente visibili gli occhi, e burqa, che determina una copertura integrale.

I numeri aiutano a definire le reali proporzioni del fenomeno. Secondo le stime raccolte ed elaborate dalla CO-MAI, la popolazione musulmana complessivamente presente in Italia si colloca tra circa 2,3 e 2,7 milioni di persone, nell’ordine del 4-4,5% della popolazione. Tra i soli stranieri residenti, i musulmani hanno superato 1,7 milioni, pari a circa il 31% della popolazione straniera residente, con una crescita stimata dell’8,8% in dodici mesi.
Per la componente femminile, l’indagine CO-MAI indica una presenza nell’ordine delle 600-650mila donne musulmane: le elaborazioni collocano il dato complessivo intorno alle 644mila presenze, mentre tra le sole straniere residenti la stima è di circa 606mila donne e ragazze musulmane, pari a circa il 39% della popolazione musulmana straniera.

Quanto al velo, la ricognizione condotta attraverso le comunità indica nell’hijab la forma nettamente più diffusa, con valutazioni indicative che lo collocano intorno al 30-40% tra le donne musulmane di prima generazione e con una presenza inferiore nelle seconde generazioni.

L’indagine esclusiva CO-MAI, realizzata sul territorio italiano attraverso la rete delle comunità, stima invece in circa 23-25 le donne adulte che indossano niqab o burqa in Italia. Secondo la ricognizione, circa il 95% proviene principalmente da 2-3 Paesi; tra i casi rilevati sono presenti anche donne italiane convertite all’Islam.

I dati non riguardano il mondo scolastico. Nelle scuole, precisa CO-MAI, le studentesse che portano il velo utilizzano l’hijab, che lascia il volto scoperto.
La ricerca è stata realizzata insieme al Consiglio Direttivo della CO-MAI, con il Presidente Onorario Prof. Foad Aodi, il Presidente Kamel Belaitouche, i Vicepresidenti Daoudi Tilouani e Neserat Hakim e con il contributo di tutte le Commissioni della CO-MAI, comprese le Commissioni Donne CO-MAI.

Si tratta di una indagine esclusiva realizzata in Italia dalla CO-MAI, finalizzata a fornire una fotografia quanto più precisa possibile della diffusione delle differenti forme di velo, distinguendo nettamente l’hijab dalle forme che comportano la copertura del volto.
A commentare è il Prof. Foad Aodi, Presidente Onorario della CO-MAI, medico ortopedico e fisiatra, giornalista e divulgatore scientifico internazionale, esperto in salute globale, membro del Registro Esperti FNOMCeO e docente dell’Università di Tor Vergata.

«FATTI E NUMERI REALI, NON GENERALIZZAZIONI»
«Siamo a favore del volto scoperto, della riconoscibilità e del rispetto delle regole italiane, ma chiediamo che il dibattito parta da fatti e numeri reali e non da strumentalizzazioni o generalizzazioni», afferma Aodi. «Parliamo di oltre 2 milioni di musulmani presenti in Italia, di centinaia di migliaia di donne musulmane e, nello stesso tempo, di appena 23-25 donne adulte che indossano niqab o burqa. Il fenomeno esiste e va affrontato, ma nelle sue dimensioni reali».
«Bisogna soprattutto distinguere: l’hijab copre capelli e collo lasciando scoperto il volto; il niqab copre il volto lasciando generalmente visibili gli occhi; il burqa determina una copertura integrale. Non sono la stessa cosa e non possono essere utilizzati indistintamente nel dibattito pubblico».

HIJAB, INDAGINE CO-MAI: LA FORMA DI VELO NETTAMENTE PIÙ DIFFUSA
La ricognizione della CO-MAI evidenzia come l’hijab rappresenti la forma di velo nettamente più diffusa tra le donne musulmane presenti in Italia. Le valutazioni raccolte lo collocano indicativamente intorno al 30-40% tra le donne musulmane di prima generazione, con percentuali inferiori nelle seconde generazioni.
L’hijab copre capelli e collo ma lascia completamente scoperto il volto, consentendo la piena riconoscibilità della persona. È anche la tipologia di velo utilizzata dalle studentesse che indossano il velo nelle scuole, e non deve quindi essere confusa con le forme che comportano la copertura del viso.
«Quando si parla genericamente di “velo islamico” si rischia di mettere insieme realtà completamente differenti», sottolinea Aodi. «Una ragazza o una donna che indossa l’hijab ha il volto scoperto. Per questo non possiamo confonderlo con il niqab o con il burqa».

NIQAB E BURQA, INDAGINE ESCLUSIVA CO-MAI: «CIRCA 23-25 DONNE ADULTE IN TUTTA ITALIA»
Il dato più netto che emerge dall’indagine riguarda proprio le forme che comportano la copertura del volto. Secondo la ricognizione CO-MAI, in Italia sono circa 23-25 le donne adulte che indossano niqab o burqa.
Di queste, circa il 95% proviene principalmente da 2-3 Paesi, mentre tra i casi rilevati figurano anche donne italiane convertite all’Islam.
Il niqab copre il volto lasciando generalmente visibili gli occhi, mentre il burqa determina una copertura integrale. La dimensione numerica rilevata dalla CO-MAI conferma quindi il carattere estremamente circoscritto del fenomeno rispetto alla popolazione musulmana complessivamente presente nel Paese.
«I numeri aiutano a riportare il confronto alle sue reali dimensioni», afferma Aodi. «Parliamo di circa 23-25 donne adulte in tutta Italia. Siamo per il volto scoperto, per la riconoscibilità e per l’identificazione, ma proprio perché vogliamo affrontare seriamente il fenomeno dobbiamo evitare generalizzazioni».
CO-MAI ribadisce inoltre che questi numeri non riguardano le studentesse. Nel mondo scolastico il velo utilizzato dalle ragazze è l’hijab, che lascia scoperto il volto.

RELIGIONE, CULTURA E LIBERA SCELTA
Sul rapporto tra velo, religione e cultura, CO-MAI sottolinea la necessità di distinguere tra chi fa riferimento all’aspetto religioso, chi vive il velo soprattutto come espressione culturale o tradizionale e chi sceglie liberamente di non indossarlo.
«Non esiste un unico modello di donna musulmana», spiega Aodi. «Ci sono motivazioni religiose, culturali, familiari e personali differenti. La scelta deve però essere libera e nessuna interpretazione religiosa o tradizione culturale può trasformarsi in un’imposizione sulla donna».
Le differenze attraversano comunità, generazioni e famiglie. Per CO-MAI il principio da tutelare è quello della scelta libera e personale, contrastando eventuali pressioni quando diventano imposizioni.

LA LEGGE ITALIANA E IL VOLTO SCOPERTO
In Italia l’hijab, lasciando riconoscibile il volto, non è oggetto di un divieto generale. Per la copertura del viso il riferimento normativo è invece l’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, che vieta, senza giustificato motivo, l’uso in luogo pubblico o aperto al pubblico di caschi protettivi o di qualsiasi altro mezzo idoneo a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona.
Il quadro normativo italiano non determina automaticamente un divieto generale del burqa, ma resta fermo l’obbligo di consentire l’identificazione e di rimuovere la copertura del volto quando ciò sia necessario a tale scopo.
«È proprio per questo che diciamo sì al volto scoperto e all’identificazione quando richiesta», sottolinea Aodi. «Nessuno può utilizzare religione, cultura o tradizione per sottrarsi alle esigenze di sicurezza e alle leggi italiane. Il principio per noi è semplice: libertà religiosa sì, ma riconoscibilità della persona e rispetto delle regole devono essere sempre garantiti».

«NESSUNA DONNA DEVE ESSERE COSTRETTA»
«La nostra posizione parte soprattutto dalla libertà delle donne: nessuna deve essere obbligata dal marito, dal padre, dalla famiglia o dalla comunità a indossare hijab, niqab o burqa. Se esiste un’imposizione dobbiamo contrastarla. Ma dobbiamo rispettare anche una donna adulta che sceglie liberamente l’hijab per convinzione religiosa, culturale o personale».
«Dobbiamo quindi combattere contemporaneamente le imposizioni dentro le famiglie e le discriminazioni fuori dalle famiglie. L’integrazione non può significare sostituire un’imposizione con un’altra».
CO-MAI intende proseguire il lavoro di approfondimento sulla diffusione delle diverse forme di velo, distinguendo prime e seconde generazioni, fasce d’età, territori e motivazioni della scelta, attraverso il lavoro del Consiglio Direttivo, di tutte le Commissioni e delle Commissioni Donne CO-MAI.
«Vogliamo comprendere sempre meglio quante donne indossano l’hijab, quante utilizzano forme di copertura del volto e soprattutto quante lo fanno liberamente e dove invece possano esistere pressioni familiari, culturali o sociali», conclude il Prof. Foad Aodi. «La nostra posizione è chiara: sì al volto scoperto, alla sicurezza e all’identificazione; no alle imposizioni sulle donne e no alle generalizzazioni. Libertà, rispetto delle leggi e integrazione devono procedere insieme. Prima i fatti e i numeri reali, poi le soluzioni.»

- Advertisement -

Potrebbe Interessarti

- Advertisement -

Ultime Notizie

- Advertisement -