AgenPress. Quando il giornalismo diventa non solo notizia. Quando la notizia nasce dai fatti veri e concreti. Quando intorno al linguaggio le parole prendono corpo e accompagnano il lettore nelle varie fasi. Sono ricordi antichi che ritornano nel pensiero. Ed ecco un anniversario. C’è un nome che nella storia del giornalismo italiano del secondo Novecento rappresenta un punto di riferimento serio, rigoroso, ineludibile. Alberto Ronchey, nato il 26 settembre del 1926 e scomparso nel 2010, di cui oggi ricorre il centenario della nascita.
Ronchey ci ha fatto comprendere una verità semplice e oggi quasi dimenticata. Dietro ogni esercizio del giornalismo deve esserci conoscenza, consapevolezza e chiarezza. Tre caratteristiche che ritornano spesso nel suo lavoro come un’etica del mestiere, come un metodo. La sua grande innovazione è stata quella di aver portato i processi culturali e sociologici dentro lo sguardo della politica, italiana ed estera. La politica non era mai per lui solo cronaca di palazzo, ma sintomo di mutamenti profondi, di antropologie, di sistemi di potere. Ronchey era dentro tutto questo mosaico.
I suoi editoriali su La Stampa, in quegli anni contraddittori e incandescenti che furono i primi anni Settanta, erano sempre un faro. Un faro laico, razionale, occidentale. Diresse il quotidiano torinese dal 1968 al 1973, in cinque anni decisivi che segnarono il tramonto del centro sinistra e l’inizio di quella che lui stesso avrebbe chiamato la democrazia bloccata. Poi fu editorialista di punta al Corriere della Sera e successivamente a Repubblica. Ma prima di tutto vi fu l’attraversamento nella Voce Repubblicana di Ugo La Malfa. Lì si forma. Formatosi alla cultura repubblicana, azionista, laica ed europeista, ne portava il segno tangibile per tutta la vita. Il senso dello Stato, la passione per le istituzioni, il rigore economico, l’atlantismo senza infatuazioni. Temi che Ronchey in quegli anni mi ha fatto comprendere bene.
Avevo letto con molta attenzione i suoi libri e furono per me formativi. Penso a La Russia del disgelo e a Russi e cinesi, dove già negli anni Sessanta ci spiegava la frattura tra Mosca e Pechino con uno sguardo che nessun altro aveva in Italia. Penso a L’ultima America e poi a La crisi Americana e a USA URSS I giganti malati, dove leggeva le due superpotenze non con l’ideologia ma con la sociologia.
Tra le sue pubblicazioni penso soprattutto a due libri che sono state chiavi ermeneutiche per la mia generazione. Accadde in Italia dal 1968 al 1977, che resta il resoconto più lucido di un decennio lacerato, e Chi vincerà in Italia La democrazia bloccata i comunisti e il fattore K del 1982. Quel fattore K era la chiave di lettura della politica italiana sino all’uccisione di Moro. Con quella formula, apparentemente giornalistica, Ronchey indicava l’impossibilità per il Partito Comunista Italiano di andare al governo a causa del vincolo internazionale, dell’appartenenza dell’Italia al campo occidentale. Una categoria politologica che oggi chiameremmo geopolitica. Ronchey aveva anticipato anche ciò.
Ebbi modo di conoscerlo personalmente quando fu nominato Ministro dei Beni Culturali e Ambientali nei governi Amato e Ciampi tra il 1992 e il 1994. Un ministro profetico. Proprio per quella legge che porta il suo nome, la legge Ronchey del 1993, che riguardava i musei e l’istituzione dei servizi aggiuntivi. Da lì si è creato un vero cambiamento nella gestione dei beni culturali. Una riforma innovante, coraggiosa, che per la prima volta introduceva in Italia il concetto di valorizzazione accanto a quello di tutela. Fino ad allora il museo era solo conservazione. Con Ronchey diventa comunicazione, servizio, impresa culturale, luogo di fruizione moderna. Una battaglia che nel 1993 facemmo con molta forza.
Ho avuto diversi incontri con lui proprio in riferimento ai musei. Parlare con lui significava entrare in una visione. Cultura politica e valorizzazione come un unico processo. Non c’era separazione tra l’erudito e il manager, tra lo storico e il giornalista. C’era l’idea che un Paese senza una politica dei beni culturali è un Paese senza coscienza di se stesso.
Oggi, a cento anni dalla sua nascita, la sua lezione è più attuale che mai. In un tempo di giornalismo urlato, di approssimazione, di politica senza cultura, Ronchey ci ricorda che non c’è democrazia senza conoscenza. E non c’è giornalismo senza studio. Il suo ultimo libro intervista, Il fattore R del 2004, conversazione con Pierluigi Battista, ci lascia in eredità proprio questo. Il fattore R come fattore Responsabilità.
È stato un laico liberale, un repubblicano europeo, un conservatore illuminato nel senso più nobile del termine. Conservare per capire, per non disperdere. Era questo il punto nevralgico di una dialettica ampia sugli aspetti che presentava il progetto cultura in quegli anni. Il modello di valorizzazione e di fruizione di oggi nasce dalla Riforma Ronchey. Ho vissuto quegli anni e ho il dovere di testimoniarlo.
Pierfranco Bruni
