La riflessione del dottor Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo della Fondazione Insigniti OMRI, sulle dinamiche strategiche che fanno di Roma il crocevia di un delicato passaggio diplomatico, destinato a incidere sui futuri equilibri del Medio Oriente
AgenPress. La Fondazione Insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana considera la promozione della cultura della sicurezza, del dialogo e della pace tra i popoli parte integrante della propria missione statutaria.
In questa prospettiva, siamo lieti di pubblicare la riflessione del dottor Costantino Del Riccio, Presidente del Comitato Consultivo per la Geopolitica e le Relazioni Internazionali della Fondazione, dedicata ai negoziati tra Israele e Libano ospitati a Roma dal 14 al 16 luglio.
L’analisi offre una lettura di un passaggio diplomatico che va ben oltre il confronto tra due Paesi confinanti. Attraverso una rigorosa ricostruzione del contesto internazionale, Del Riccio evidenzia come il negoziato si inserisca nel più ampio processo di ridefinizione degli equilibri strategici del Medio Oriente, nel quale si intrecciano gli interessi di Israele, del Libano, degli Stati Uniti, dell’Iran e della Turchia.
In un tempo in cui la rapidità dell’informazione rischia spesso di sacrificare la complessità degli eventi, la Fondazione ritiene importante offrire ai propri lettori contributi di approfondimento capaci di favorire una comprensione più consapevole dei principali scenari internazionali. La conoscenza rappresenta, infatti, il primo strumento per promuovere una cultura della responsabilità, del dialogo e della pace.
Con questo spirito affidiamo ai nostri lettori la riflessione del dottor Costantino Del Riccio, certi che essa costituirà un utile contributo al dibattito sui delicati equilibri geopolitici che interessano il Mediterraneo e il Medio Oriente.
Ecco il testo del contributo di Costantino Del Riccio
Roma ospiterà dal 14 al 16 luglio una nuova fase di negoziati tra Israele e Libano. La scelta della capitale italiana potrebbe sembrare un semplice dettaglio logistico, ma in realtà racconta molto della situazione che attraversa il Medio Oriente.
Dopo mesi di guerra e di escalation regionale, il confronto cerca di spostarsi progressivamente dal terreno di battaglia ai tavoli della diplomazia.
Sarebbe però un errore interpretare questo passaggio come il preludio a una pace ormai vicina. Piuttosto, rappresenta il tentativo di gestire un equilibrio fragile, nel quale nessun attore ha conseguito una vittoria decisiva e tutti cercano di consolidare le proprie posizioni.
L’annuncio della scelta di Roma è stato fatto dall’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, a conferma che il negoziato tra Israele e Libano si inserisce ormai in una partita strategica molto più ampia.
Sul tavolo non c’è soltanto la sicurezza lungo il confine settentrionale israeliano, ma il nuovo assetto geopolitico del Medio Oriente dopo il ridimensionamento militare dell’Asse della Resistenza guidato dall’Iran. In questo scenario, il Libano rappresenta il principale banco di prova della fase che si sta aprendo.
Per Israele la priorità resta una: impedire che Hezbollah ricostruisca la propria capacità militare. Gerusalemme continua a sostenere di non avere rivendicazioni territoriali nel sud del Libano, ma collega qualsiasi ritiro definitivo al disarmo dell’organizzazione sciita e al rafforzamento dell’esercito regolare libanese.
È una strategia coerente con una logica di sicurezza ben definita. L’obiettivo non è conquistare territorio, bensì modificare in modo duraturo gli equilibri lungo il confine settentrionale, neutralizzando quella che per oltre vent’anni è stata la principale minaccia convenzionale contro Israele.
Per Beirut, tuttavia, la questione è molto più complessa. Hezbollah non è soltanto una forza armata, ma anche un protagonista della vita politica e sociale del Paese. Pretenderne un rapido disarmo significherebbe esporre il Libano a nuove tensioni interne, con il rischio di riaprire fratture mai del tutto ricomposte.
Il Presidente Joseph Aoun dovrà quindi perseguire un difficile equilibrio: rafforzare le istituzioni statali senza innescare una crisi politica o addirittura un conflitto civile. Anche l’incontro previsto alla Casa Bianca con Donald Trump assume, in questa prospettiva, un significato che va ben oltre le relazioni bilaterali con Washington.
Il dossier libanese, inoltre, non può essere separato dal memorandum d’intesa sottoscritto tra Stati Uniti e Iran. L’ambasciatore Leiter ha insistito nel sottolineare come il negoziato israelo-libanese debba essere considerato distinto e prioritario rispetto all’intesa tra Washington e Teheran. Una distinzione tutt’altro che formale.
Israele teme infatti che l’amministrazione Trump, pur in presenza di un’escalation militare, possa in ultima analisi ritenere sufficiente il contenimento del programma nucleare iraniano e procedere a un eventuale alleggerimento delle sanzioni. Dal punto di vista israeliano, qualsiasi beneficio economico concesso alla Repubblica islamica rischierebbe di tradursi, direttamente o indirettamente, in un rafforzamento delle reti di influenza costruite da Teheran nella regione.
Questa divergenza mette in luce uno dei dilemmi storici dell’alleanza tra Israele e Stati Uniti. Le priorità strategiche dei due partner coincidono soltanto in parte. Washington guarda all’equilibrio complessivo del Medio Oriente, cercando di evitare nuovi conflitti che possano compromettere la stabilità energetica globale e distogliere risorse dalla competizione con Cina e Russia.
Israele, invece, valuta ogni iniziativa diplomatica attraverso il filtro della propria sicurezza immediata. Da qui nascono periodiche frizioni che non mettono in discussione la solidità dell’alleanza, ma ne evidenziano inevitabilmente i limiti.
A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce la Turchia. L’eventuale riammissione di Ankara nel programma degli F-35, dopo l’esclusione seguita all’acquisto dei sistemi missilistici russi S-400, viene osservata con crescente preoccupazione da Israele.
Il governo Netanyahu considera Recep Tayyip Erdoğan un interlocutore sempre più ostile e guarda con attenzione all’espansione dell’influenza turca nel Mediterraneo orientale, in Siria e nel Caucaso.
Per Washington, al contrario, riportare pienamente la Turchia all’interno dell’architettura strategica occidentale, come dimostra la recente riunione della NATO ad Ankara, rappresenta un obiettivo di lungo periodo che supera le perplessità israeliane.
È all’interno di questo intreccio di interessi che Roma si prepara a ospitare il negoziato. La capitale italiana non sarà semplicemente la sede di un confronto tra due Stati confinanti, ma il punto di convergenza di dossier che coinvolgono Iran, Stati Uniti, Turchia e, più in generale, l’intero sistema di sicurezza del Mediterraneo allargato.
Più che una conferenza di pace, quella romana rappresenterà quindi una verifica dei nuovi rapporti di forza emersi dopo l’ultima stagione di conflitti. Se il cessate il fuoco riuscirà a trasformarsi in un meccanismo stabile di controllo e deterrenza, il Medio Oriente potrebbe entrare in una fase caratterizzata da una competizione meno militare e più diplomatica.
Se invece continueranno a prevalere diffidenze e interessi divergenti, la tregua rischierà di rimanere soltanto una pausa tra due crisi.
In Medio Oriente, del resto, la stabilità raramente coincide con la pace. Più spesso è il risultato di un equilibrio instabile, fondato sulla deterrenza e continuamente sottoposto alla pressione degli interessi nazionali e dei mutevoli rapporti di forza regionali.
