AgenPress. Se dovessimo cercare un Cristo dialogante lo troveremmo non nel cammino dopo la Croce ma nella metafora della Croce stessa. Qui si compie la rigenerazione dell’uomo Cristo. Rigenerare Cristo edificandolo. Chesterton individua proprio in questo atto il Francesco umano che si fa Cristo. Nel 1923 Gilbert Keith Chesterton pubblica il suo San Francesco d’Assisi. È l’anno dopo la sua conversione al cattolicesimo. Nasce a Kensington il 29 maggio 1874, muore a Beaconsfield il 14 giugno 1936. Tra queste due date c’è un uomo che ha attraversato il dubbio per arrivare alla meraviglia. E la meraviglia trova un nome: Francesco.
Chesterton non scrive una biografia. Scrive un riconoscimento. Riconosce in Francesco l’unica risposta possibile alla modernità che stava nascendo: quella modernità che aveva già deciso di separare l’idea dalla persona, la dottrina dalla carne, l’ecologia dal senso.
C’è una condizione umana che supera ogni ecologismo per trovarlo completamente calato nel suo tempo e nel suo viaggio profetico. Francesco non è il patrono dell’ambiente perché ha parlato agli uccelli. È il patrono di una condizione umana in cui l’uomo non si pone sopra il creato né sotto, ma dentro. Fratello. Debitore. Chesterton lo capisce subito: Francesco non ha fatto della natura un’idea. L’ha incontrata. E nell’incontro è nata la gratitudine.
“Il santo era stato un trovatore che compiva imprese per amore, il che potrebbe far scomparire lo scetticismo e la distanza, permettendo al lettore moderno di comprendere il suo amore come reale e le sue stranezze come un’avventura”.
Ecco il punto. La modernità ha paura dell’amore reale. Lo riduce a sentimento, a psicologia, a ideologia. Chesterton invece lo rimette in scena come impresa. Francesco è un trovatore. Non canta per cantare. Canta perché ama. E l’amore lo porta a spogliarsi, a parlare ai lebbrosi, a chiamare il sole fratello. Le sue stranezze non sono follia. Sono coerenza portata fino in fondo. Sono l’avventura di chi ha deciso che la vita non si commenta, si vive.
E qui arriva la frase che taglia ogni equivoco moderno: “San Francesco non amava l’umanità nel suo concetto più vago, fumoso ed equivoco. Era innamorato di una Persona, non di un’idea”. La civiltà contemporanea ha sostituito le persone con le idee. Parla di umanità, di diritti, di valori, ma ha paura del volto. Francesco invece guarda negli occhi. Ama Cristo. E perché ama Cristo, ama il fratello lebbroso, ama la sorella acqua, ama il fratello lupo. L’idea senza persona è nebbia. La persona senza idea è caos. Francesco tiene insieme i due aspetti perché parte dalla Persona. Per questo la sua spiritualità non invecchia.
Chesterton insiste su un altro tratto: la meraviglia. “Francesco fu un uomo con un incanto per tutto ciò che incontra, una meraviglia che apre voragini di gratitudine. Visse l’esperienza di un debito felicemente da ripagare”. Debito. Non è una parola che piace alla modernità. La modernità vuole autonomia, vuole autosufficienza. Francesco invece si sente debitore. Debitore della vita, del pane, del perdono, del creato. E questo debito non lo schiaccia. Lo rende felice. Perché riconoscere di aver ricevuto è l’inizio della libertà. La gratitudine è la forma più alta dell’intelligenza. Francesco la pratica ogni giorno. In ogni incontro.
Da qui nasce la gioia. La gioia come disciplina spirituale. “La gioia di San Francesco e dei suoi Giullari di Dio non è stata solo un risveglio, ma è stata la fine di una penitenza o, se preferite, di una purificazione”. Penitenza e gioia non si oppongono. La prima purifica, la seconda testimonia che la purificazione è avvenuta. I Giullari di Dio non sono buffoni. Sono uomini che hanno attraversato il deserto e sono tornati a danzare. La loro gioia è prova. È segno che il Vangelo è stato preso sul serio.
Chesterton arriva a dire: “San Francesco d’Assisi ha segnato il momento in cui si era definitivamente compiuta una certa espiazione spirituale”. Con lui qualcosa si compie. L’Europa cristiana trova un modo nuovo di stare nel mondo: non più solo come potere, non più solo come dottrina, ma come bellezza, come povertà scelta, come fraternità. Francesco chiude una fase e ne apre un’altra. Segna il passaggio da una cristianità istituzionale a una cristianità incarnata.
E Chesterton non ha paura di essere diretto: “Gli uomini non vogliono credere perché non vogliono allargare le loro menti. La mia opinione personale è che non sono sufficientemente cattolici per essere Cattolici”. Allargare la mente. È questo che Francesco chiede. Non ideologia. Ampiezza. Capacità di vedere il dramma e non solo il quadro. “Tutta la sua vita fu una poesia, ed egli non fu tanto un menestrello che cantava semplicemente le proprie canzoni, quanto un drammaturgo capace di recitare per intero il suo dramma… Parlare dell’arte di vivere suona oggi artificiale più che artistico. Ma San Francesco rese in ogni senso la vita arte, per quanto un’arte involontaria”.
Arte involontaria. Perché Francesco non recita. È. La sua vita è poema perché è vera. Non ha bisogno di pubblico. Ha bisogno di fedeltà.
Infine la visione: “…vide ogni cosa con senso drammatico, staccata dalla sua posizione, non immobile come in un quadro ma in azione come un dramma”. Questo è il dono francescano. Vedere il mondo non come sfondo, ma come scena. Ogni creatura in azione, ogni incontro come scena decisiva. Il sole non è un astro. È fratello che lavora. Il vento non è fenomeno. È messaggero. La povertà non è mancanza. È scelta drammatica.
Chesterton nel 1923, a un anno dalla conversione, ritrova in Francesco l’antidoto al suo tempo e al nostro. Un antidoto che non è fuga. È immersione. È la proposta di una condizione umana che supera ogni ecologismo, ogni sociologia, ogni morale, perché parte da un innamoramento.
Francesco non ha lasciato sistemi. Ha lasciato gesti. Non ha lasciato trattati. Ha lasciato un modo di guardare. E quel modo è ancora l’unico capace di salvare l’uomo dal nulla. Perché quando l’uomo smette di meravigliarsi, smette di ringraziare. E quando smette di ringraziare, smette di vivere. La lezione di Chesterton è semplice e durissima: non basta parlare di Francesco. Bisogna cercarlo. Come diceva Pavese della tradizione, così vale per Francesco: averlo è meno che nulla. È soltanto cercandolo che si può viverlo. In una chiave di lettura metafisica Francesco diventa un viaggio al centro dell’umanità trasformando il singolo ib un umanesimo totale. È un insegnamento importante che pone di fronte l’uomo nel suo tragico vivere al cospetto del Cristo edificante.
Pierfranco Bruni
