San Francesco non è un ipotesi per l’attualità

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AgenPress. Anche pensando al mio San Francesco d’Assisi c’è San Lorenzo del Vallo. Notte fonda a San Lorenzo. Ottobre. Osservo la palma del mio giardino. Rilego i miei appunti su Francesco e mi viene posta di nuovo quella domanda. Se oggi San Francesco fosse qui con noi fisicamente cosa direbbe, cosa farebbe. Domanda inutile. Domanda banale che attende risposta banale.

Dire che interrogare Francesco è anacronismo è vero solo se pensi la storia come museo senza parola. Come catalogo da sfogliare. Ma la storia non è museo. Te l’ho detto tante volte. La storia è soglia. Non è parentesi. Non è cronologia. È soglia che brucia le mani.

San Francesco non è esistito in funzione del suo tempo. Questa è lettura sociologica. Hegeliana. Io non la accetto. Non l’ho mai accettata. Francesco non è funzione del feudalesimo. È frattura del feudalesimo. Non è figlio della Chiesa di allora. È colui che la Chiesa di allora non capiva. Che dovette approvare a voce nel 1209 perché non sapeva dove metterlo. Lo so perché l’ho vissuto nei miei cammini tra Assisi e la Calabria.

Il gioco di proiezioni avviene solo quando si vuole usare Francesco. Io non lo uso. Io lo abito. C’è differenza. Abitare non è usare. Abitare è restare. Restare è anche viverlo in solitudine.

Chi lo usa gli mette in bocca le proprie idee. Ambientalismo da salotto. Pauperismo da convegno. Pacifismo da televisione. È il Francesco che difenderebbe l’ambiente. Banalità. Francesco è preghiera. È consapevolezza. È mistero inevitabile che non si presta.

Chi lo abita fa altro. Non gli chiede cosa farebbe. Gli chiede cosa ha fatto quando il suo tempo era tempo difficile come il nostro. Tempo di crociate. Tempo di mercato che diventa impero. Tempo di Chiesa che diventa economia. Tempo di mercanti che contano denaro e di chierici che contano anime. Dare risposta su cosa farebbe oggi è solo retorica. È cronaca.

Ma cosa fece. Non fece programma. Fece gesto. Gesto inevitabile. Si spogliò davanti al vescovo di Assisi e davanti al padre Pietro Bernardone. Restituì tutto. Anche il nome. Divenne altro. Divenne nessuno per diventare di tutti. Questo gesto non è medievale. Non è moderno. È umano. È tragico. È metafisico. È atto. Non è santino per tutte le stagioni.

Smettiamola con il dire che stava con i poveri. Si faceva povero per vivere la povertà. I Fioretti sono testamento. Non è sociologia. È ontologia. Non sceglieva classe. Sceglieva condizione per essere libero. La povertà non era tema. Era arma. Era forma di conoscenza. Per vedere bisogna togliere. Chi possiede non vede. Mio padre me lo diceva. Per vedere bisogna togliere. Per questo è esigente. Chiede tutto. Sine glossa. Senza sconti alcuno.

Non difendeva l’ambiente. Lo chiamava fratello. Perché non era ecologia globale. Era Creato. Era paesaggio delle creature tutte. Ecco il suo Cantico. L’ambientalismo di oggi è gestione. È politica. È possesso più verde. Nulla a che fare con lui. Francesco non gestiva. Lodava. Non diceva dobbiamo salvare il pianeta. Diceva Laudato si’ per sora acqua la quale è molto utile et humile et pretiosa et casta. È altro. È sacro senza metafisica come direbbe Ceronetti che ho letto e riletto ad Assisi. È relazione che precede l’uso. Prima di usare chiama sorella. Se chiami sorella non puoi usare come cosa.

Non era uomo di pace nel senso pacifista. Era ribelle in rivolta come direbbe Camus che porto sempre con me. Andò a Damietta nel 1219 dal Sultano al Kamil in piena Quinta Crociata. Non per convertire. Non per pace tra eserciti. Per testimoniare che l’altro non è muro. È porta. Anche se chiusa. La pace francescana non è trattato. È dono disarmato. È corpo che si mette davanti alla spada. Per questo è simpatico. Per questo è ironico. Chi è disarmato può sorridere. Chi è armato no.

Allora cosa direbbe oggi. Domanda inutile. Non lo so. So che resta sulla soglia. Tra castello di Federico e chiesa diroccata di San Damiano. Tra mercato e deserto. Tra croce e mezzaluna. E dalla soglia indica rinuncia e misericordia. So con Francesco che civiltà non è palazzo. È Croce e Redenzione non rendicontazione. Resta vera eresia in qualsiasi modernità.

Il resto è cronaca. E la cronaca passa. Il mistero resta dentro non fuori. Francesco resta. Non come risposta. Come domanda che cammina scalza davanti a noi. Scalzo e lieto. Come Santa Chiara. Come lo raccontò Giotto e ci disse tra le sue immagini che Chiara d’Assisi cercò di schiodare i chiodi con la bocca.

Jacopone ci raccontò ciò. Jacopone lo amò di una chiarezza profonda. Chiara morì nel 1253. Jacopone nel 1306. Francesco aveva già la sua santità. Non cercò di essere un altro Cristo. Non cercò di imitare Cristo. Fu incarnazione di Cristo. Comprese il Pietro che rinnega. Comprese Giuda che tradisce e sceglie di morire. Dialogò con il Sultano. E indicò che la strada dopo di lui nella vita terrena sarebbe stata Chiara.

È impossibile chiedersi cosa farebbe oggi. Con Francesco non esistono le ipotesi ma il salto. Quella conversione che Kierkegaard amò. Resto appoggiato sul davanzale della vita. Ascolto il vento che proviene da Assisi. Qui nel mio giardino.

Pierfranco Bruni

 

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