La Svizzera dice no alla stretta sulla neutralità: salve le sanzioni europee

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Berna respinge con un voto netto l’iniziativa sostenuta dall’Udc per rendere più rigida la neutralità elvetica. Il No raggiunge il 70,15%, il Sì si ferma al 29,85%. In tutti i 26 Cantoni prevalgono i contrari. Resta così intatto il margine di manovra di Berna sulle sanzioni internazionali, comprese quelle adottate nei confronti della Russia. Un risultato che interessa da vicino anche l’Unione europea.


AgenPress. La Svizzera sceglie di non irrigidire costituzionalmente la propria neutralità. Nel referendum del 27 settembre, l’iniziativa sulla neutralità è stata respinta con una maggioranza larga: il 70,15% degli elettori ha votato No, contro il 29,85% di Sì. L’affluenza si è attestata al 47,06%. Il risultato è stato uniforme sul piano territoriale: nessuno dei 26 Cantoni ha approvato la proposta. Anche il Ticino, dove il voto è stato molto più combattuto rispetto al resto della Confederazione, ha infine respinto l’iniziativa, con il No al 51,75%.

Il quesito sottoposto agli elettori non proponeva di abolire la neutralità svizzera. Il punto era piuttosto stabilire come applicarla in futuro. L’iniziativa avrebbe inserito nella Costituzione una disciplina più restrittiva, definendo la neutralità come «permanente e armata» e limitando ulteriormente la possibilità per Berna di collaborare con alleanze militari e di adottare misure coercitive contro Stati coinvolti in conflitti.

Tra le disposizioni più significative vi era quella relativa alle sanzioni. Il testo avrebbe impedito alla Svizzera di adottare misure coercitive non militari contro Stati belligeranti, con l’eccezione delle sanzioni decise dalle Nazioni Unite e dei provvedimenti destinati a impedire l’elusione delle sanzioni.

È proprio questo aspetto ad avere attirato l’attenzione europea. La Svizzera, pur non appartenendo all’Unione europea, negli ultimi anni ha adottato numerose sanzioni decise dall’Ue nei confronti della Russia. Secondo il Dipartimento federale degli affari esteri, la neutralità svizzera è compatibile, in determinate circostanze, anche con l’adozione di sanzioni che non derivano direttamente da una decisione dell’Onu.

Il governo federale aveva sostenuto durante la campagna che l’iniziativa avrebbe ridotto il margine di manovra della Confederazione nella politica estera e di sicurezza. Le autorità di Berna sottolineavano inoltre che molte delle caratteristiche della neutralità previste dal testo erano già parte dell’ordinamento e della prassi svizzera, mentre le nuove disposizioni avrebbero introdotto vincoli ulteriori.

Il risultato assume quindi una dimensione che va oltre i confini svizzeri. Se l’iniziativa fosse stata approvata, Berna avrebbe avuto un quadro costituzionale molto più rigido nella possibilità di aderire a misure sanzionatorie adottate dall’Unione europea. Il successo del No lascia invece aperta la possibilità per le autorità svizzere di valutare caso per caso l’adozione di sanzioni economiche contro altri Paesi.

È un elemento particolarmente rilevante nel rapporto tra Svizzera e Ue. La Confederazione non è uno Stato membro, ma è profondamente integrata nell’economia europea e mantiene con l’Unione una fitta rete di rapporti economici e istituzionali. La possibilità di mantenere una politica sanzionatoria coordinata con i partner europei rappresenta dunque uno strumento di politica estera che il voto non ha eliminato.

Il ministro degli Esteri Ignazio Cassis, commentando il risultato, ha sottolineato che il voto non rappresenta un voto contro la neutralità. Secondo Cassis, la Svizzera continuerà a essere neutrale, ma conserverà la possibilità di adattare l’applicazione del principio alle circostanze. «Essere neutrali non significa né essere soli, né essere indifferenti», ha affermato, ribadendo anche la possibilità di decidere di volta in volta sull’adozione di sanzioni economiche.

La proposta era stata sostenuta dall’Unione democratica di centro (Udc/Svp), principale forza della destra svizzera e promotrice dell’iniziativa.

Per i sostenitori, una neutralità costituzionalmente più rigida avrebbe rappresentato una garanzia contro un progressivo avvicinamento della Svizzera ai blocchi geopolitici e alle politiche sanzionatorie occidentali. L’Udc ha accolto con rammarico il risultato, sostenendo che la neutralità costituisce un elemento fondamentale dell’identità nazionale e criticando la politica del Consiglio federale sulle sanzioni.

Il voto popolare ha però mantenuto l’attuale assetto. La Costituzione svizzera non viene modificata e il governo conserva lo spazio di manovra che aveva prima del referendum.

Il risultato non trasforma la Svizzera in un Paese membro dell’orbita istituzionale europea, né modifica formalmente la sua neutralità. La conseguenza più immediata è più circoscritta: Berna mantiene la possibilità di adottare misure sanzionatorie anche quando queste non siano state decise dalle Nazioni Unite, come avviene per quelle dell’Unione europea nei confronti della Russia.

È su questo terreno che il referendum assume un significato europeo. La Svizzera rimane formalmente al di fuori dell’Ue, ma il voto evita l’introduzione di un vincolo costituzionale che avrebbe potuto complicare ulteriormente il coordinamento con Bruxelles.

La questione della neutralità, tuttavia, non è chiusa. Il referendum ha respinto una proposta di modifica costituzionale, non il principio stesso della neutralità. Come ha ricordato il governo federale durante la campagna, la neutralità svizzera rimane sancita dalla Costituzione e riconosciuta dal diritto internazionale. Ciò che gli elettori hanno scelto di non fare è irrigidirne ulteriormente le modalità di applicazione.

In questo senso, il voto del 27 settembre lascia la Svizzera davanti alla stessa domanda che ha alimentato il dibattito degli ultimi anni: come conciliare una tradizione di neutralità profondamente radicata con un contesto internazionale nel quale sicurezza, sanzioni economiche e cooperazione europea sono sempre più intrecciate.

Per ora, la risposta arrivata dalle urne è chiara: la neutralità resta, ma senza una nuova gabbia costituzionale che ne restringa il margine di interpretazione.

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